mercoledì, 19 settembre 2007

Vogliono soffiare vita nei cadaveri dei loro bambini morti

Le hanno portato via i sogni, raccolto parole da chi

ha sofferto su di sé la loro pena.



Hanno inflilano le dita nelle mutandine del suo cervello

in ogni pagina che ha scritto.  La vogliono nuda.

Vogliono sapere chi l'ha creata.



Hanno cercato di piumare di nuovo l'uccellino.



L'avvoltoio con la sua testa insanguinata

succhiava umori

dentro la sua pancia,



Hanno studiato la sua forma,

le sue ragioni,

la sua stessa morte.



Mentre la loro madri giacevano in tombe tranquille,

imbellite da quell'ordinata, regolare ghiaia smeraldo

mazzi di fiori nel vaso della marmellata, hanno riesumato la mia.



Persino le conchiglie che avevo lasciato sulla sua bara.



L'hanno rigirata come un pezzo di carne sul carbone

per scrutare i segreti delle sue cosce consumate,

dei suoi seni rinsecchiti.



Le hanno tirato fuori le orbite degli occhi per scoprire cosa vedesse,

morsicato la sua lingua in piccoli morsi

per parlare con la sua voce.

Ma ognuno di loro assaggiava carne diversa,

mangiava organi distinti,

toccava altra pelle.



Insistevano nell'essere quello

che la conosceva meglio,

quella che aveva la ricetta giusta.



Quando uscì dal forno

l'avevano ripulita dalle interiora, pelata,

guarnita per bene.



L'hanno reclamata come loro.

E io che per tutto questo tempo pensavo

che più di ogni altra cosa lei fosse mia.

 

.Frieda Hughes.

 

Sylvia, ti libero.

Lascio che tu sia solo di chi ti ha amato, e non di chi è te.

Ho bisogno di questa luce che mi avvolge, ancora per un pò.




scritto da BirthdayLetters alle 14:46 | commenti | permalink



martedì, 10 luglio 2007

Non fosti mai
a più di un passo dal Paradiso.
Avevi un accesso immediato, ti disse l'analista,
al nucleo del tuo Inferno -
alla caverna del fiore peloso.

Quello che avviene nel cuore semplicemente avviene.

Io mi ritrassi. Quella luce abbagliante
che lanciava lontano i tuoi vecchi sè come sottovesti
lasciò tutto il tuo Eden radioattivo.




scritto da BirthdayLetters alle 20:38 | commenti | permalink



giovedì, 28 giugno 2007

Il sole inonda la stanza mentre scrivo e ho passato il pomeriggio a comprare arance e formaggio e miele e a sentirmi molto felice dopo due settimane di forte malessere, perchè ogni tanto riesco a vedere come dobbiamo vivere in questo mondo anche se la nostra vera anima non è tutta con noi; somministro in cucchiaini omeopatici la mia intensità e passione al mondo..posso offrire a tutti [..] i miei fantastici impulsi amorosi, in piccole dosi che non li feriscano e non li facciano star male perchè sono troppo potenti. Posso e devo farlo. Ho sperato in una notte di terrore che un amore tanto irrevocabile non mi legasse a te per sempre. Ho lottato a lungo per liberarmi come dal peso di un nome che poteva essere un bambino o un tumore maligno; non lo sapevo. Lo temevo soltanto. Ma anche se ho girato piangendo (dio, se l'ho fatto) e sbattendo la testa contro i chiodi, pensando disperatamente che se fossi stata in fin di vita, e avessi chiamato, tu saresti corso, ho scoperto quel che più temevo, nella mia debolezza. Ho scoperto che neanche tu hai il potere di iberarmi o restituirmi l'anima; potresti possedere decine di amanti, di lingue e di paesi e io potrei continuare a scalciare; ancora non sarei libera

-Sylvia Plath. Diari. 6 Marzo 1956, martedì pomeriggio-

 

sole. sole arance e miele.

vivere. in questo mondo. dov'è l'anima? in quegli incontri. con chi ti sfiora. in parte legata ad altri mondi. in cerca.

passione. a piccole dosi. può ferire, può ferire. può terrorizzare.

un amore irrevocabile.

per sempre.

un bambino, un tumore maligno.  il peso di un nome.

chiodi. chiodi che feriscono. chiodi che ti svegliano.

ed una richiesta di aiuto.

solo perchè quell'aiuto arrivi.

ma neanche un amore irrevocabile può liberare un'anima.

continuo a scalciare.

scalcio. scalcio. scalcio.

E non sono libera.





scritto da BirthdayLetters alle 19:25 | commenti (1) | permalink



domenica, 06 maggio 2007

[tutto conta. conta che il tempo passi, conta che forse non è mai la sostanza a stravolgersi / quanto muti invece la scatola / conta che ci si guardi per strada - conta che ci si immagini assieme. conta che si vada comunque, sempre, avanti. ---è tutto tuo, boddy boy. tutto quello che vuoi è tutto tuo.]

Asce

sotto i cui colpi risuona il legno,

e gli echi!

Echi in corsa

dal centro come cavalli.

 

La linfa

affiora come lacrime, come

l’acqua che si sforza

di ristabilire il suo specchio

sopra la pietra

 

che cade e ruota,

un bianco teschio

mangiato da erbe filacciose.

Anni dopo

le incontro per strada –

 

parole aride e senza cavaliere,

battito di zoccoli incessante.

Mentre

dal fondo dello stagno stelle fisse

governano una vita.

.PAROLE.

 





scritto da BirthdayLetters alle 21:35 | commenti (2) | permalink



giovedì, 26 aprile 2007

“Come si perderanno le tue danze notturne – nella matematica?”

Nella musica? Nella speranza?

Nelle parole?

Nelle parole.

Cerco di risolvere – cerco di risolvere nelle parole.

Cerco di avere la poesia – cerco di capire la sua poesia – cerco di vedere tutto nelle altre parole – per avere poi qualcosa da dire . per sfuggirne.

Chi mai capirà davvero – chi mai pagherà il prezzo?

Uscirò e respirerò la bellezza di questo oggi, perché è la cosa che conta di più, e lo si dice sempre ma non lo si realizza mai fino in fondo.

Arriverà forse il riscatto per tutti gli errori, un giorno – o forse questi resteranno per sempre tali, senza possibilità di risoluzione.

Sarà davvero una grande colpa? Peserà più di qualunque altra cosa?

C’è davvero solo dell'errato nell’aver fatto qualcosa di sbagliato?

E poi cosa separa le cose errate da quelle che non lo sono?

Si avrà mai modo di far vedere quanto si vale?

Ma si vale mai davvero qualcosa?

Se al mondo esiste solo l’opinione – cosa mi darà mai la certezza di valere la pena?

 

“Un sorriso è caduto nell’erba.

Irrecuperabile!

 

E come si perderanno le tue

danze notturne. Nella matematica?

 

Salti e spirali così puri –

sicuramente percorrono

 

il mondo per sempre, io non resterò del tutto

svuotata di bellezze, il dono

 

del tuo piccolo respiro, il profumo

d’erba bagnata dei tuoi sonni, gigli, gigli.

 

La loro carne non sostiene relazioni.

Fredde pieghe dell’ego, la calla,

 

e il giglio tigrato, che si fa bello –

macchie, e un ventaglio di petali caldi.

 

Le comete

hanno da attraversare tanto spazio,

 

tanto freddo, oblio.

Così i tuoi gesti si sfioccano –

 

caldi e umani, poi la loro luce rosa

che gocciola e si sfalda

dalle nere amnesie del cielo.

Perché mi sono date

 

queste lampade, questi pianeti

che cadono come benedizioni, come fiocchi

 

esagonali, bianchi

sui miei occhi, le mie labbra, i capelli

 

e toccano e si dissolvono.

Nel nulla.”

 

 

6 novembre 1962

 

 

 

45 anni dopo, l’ho capita.





scritto da BirthdayLetters alle 18:49 | commenti (17) | permalink



mercoledì, 28 marzo 2007

Perchè in fondo non si esce mai veramente, da quella campana di vetro.

Un attimo prima stai sorridendo, ed un attimo dopo il sangue del tuo sangue, la tua rivale, si porta via il tuo sorriso, tra accuse e sensi di colpa.

 

 

L'ho rifatto.
E un anno ogni dieci
Mi riesce-

Una sorta di miracolo ambulante, la mia pelle
Chiara come un paralume nazista
Il mio piede destro

Un fermacarte,
Il mio volto un anonimo, sottile
Lino ebraico.

Togli il drappo,
O mio nemico.
Ti faccio paura?-

Il naso, le occhiaie, l'intera sfilza di denti?
L'alito cattivo
In un giorno sparirà.

Presto, presto la carne
Che il sepolcro ha mangiato si sentirà
Abituata a me.

E io sarò una donna che sorride.
Ho solo trent'anni.
E come ho i gatti, posso morire nove volte.

Questa è la Numero Tre.
Che schifezza
Da annientare ogni decennio.

Che miriade di filamenti.
La folla che sgranocchia noccioline
Si accalca per vedere

Quando mi sbendano mani e piedi-
Il grande spogliarello.
Signori e Signore,

Queste sono le mie mani,
Le ginocchia.
Sarò pure pelle e ossa,

Ma resto comunque la stessa, identica donna.
La prima volta che accadde avevo dieci anni.
Fu un incidente.

La seconda volta ero decisa
Ad andare fino in fondo, senza possibilità di ritorno.
Mi dondolavo chiusa

Come una conchiglia.
Dovettero chiamare e chiamare
E staccarmi di dosso i vermi come perle appiccicose.

Morire
E un'arte, come qualunque altra cosa.
E io lo faccio magnificamente.

Lo faccio che sembra come un inferno
Lo faccio che sembra reale.
Si potrebbe dire che ne ho la vocazione.

E' abbastanza facile per me da farlo in una cella.
E' abbastanza facile da farlo e restarci.
E' il teatrale

Ritorno in scena in pieno giorno
A un posto uguale, a un volto uguale,
Allo stesso urlo goduto e animale

"Miracolo!"
Che mi ammazza.
C'è un prezzo da pagare

Per vedere le mie cicatrici, per
Ascoltare il mio cuore
-Perchè si, batte davvero.

E c'è un prezzo, un prezzo molto alto
Per toccare, per una parola,
O per un pò del mio sangue,

O una ciocca di capelli, o un brandello del mio vestito.
E' così, Herr Doktor.
E' così, Herr Nemico.

Sono il tuo capolavoro.
Sono il tuo bene prezioso,
Creatura d'oro puro

Che si scioglie in un grido.
Io mi volto e brucio.
Non credere che sottovaluti le tue cure.

Cenere, cenere-
Attizzi e frughi.
Carne, ossa, non ce ne sono più-

Un pezzo di sapone,
Una fede nuziale,
Una protesi dentale.

Herr Dio, Herr Lucifero,
Attento,
Attento.

Dalla cenere
Sorgo con i miei capelli rossi
E mangio uomini come fossero aria.

Sylvia Plath. Lady Lazarus

(traduzione di EricTheGoodSailor)

 

 

 

Perchè torno sempre qui.

Anche tu sapevi sorridere vero, Sylvia?

 

Ed ho iniziato Lettere di Compleanno.

In ogni maledetta poesia lui parla di Te.





scritto da BirthdayLetters alle 16:30 | commenti (2) | permalink



martedì, 06 marzo 2007

Oggi ho poche parole. Che di lei forse non vi diranno molto. Ancor meno di loro.

Ma a me dicono tanto. Raccontano di un'altra storia d'amore, di anime che si riincontrano. Tra una vita e l'altra.

Sylvia qui sta parlando  delle sue ultime parole, della sua morte. E la sua poesia finisce così.

 

Non mi riconoscerò, quasi. Sarà buio,

e il brillio di queste piccole cose sarà più dolce del viso

di Ishtar.

Sylvia Plath.Ultime Parole. Attraversando l'acqua.





scritto da BirthdayLetters alle 17:22 | commenti (3) | permalink



martedì, 27 febbraio 2007

18.8.2006 - 20:52

Sylvia Plath è una droga alla quale non so rinunciare. Ieri il richiamo della libreria è stato troppo forte, non ce l'ho fatta a resistere. Avevo promesso che questa estate non avrei letto o toccato una parola di Sylvia. E non ce l'ho fatta. Il primo pensiero, però, è di sollievo. Sollievo perchè quando leggo le parole del suo Diario rido e piango accorgendomi di quanto le sue frasi siano quelle che si formano nel mio cervello tutti i giorni, e che febbrilmente cerco di riportare qui. Leggo una frase. Sono io. Posso addirittura prevedere la frase successiva. Mi sento meno sola. Perchè a volte quello che fa più male è la consapevolezza che i tuoi, di pensieri, sono troppo malati. Troppo distanti dalla realtà. Troppo irreali, anche solo per esistere nel limbo tra il cervello e la parola. Sylvia e io ci saremmo capite. Alla grande. Ma poi ragioni su come è finita la sua vita. E ti prende uno strano formicolio alle gambe. Perchè chi ti dice che tu sarai più forte di lei? L'unica cosa che puoi fare è cercare di circondarti di persone che siano pronte ad ascoltarti quanto è il momento. E di darti qualcosa in cambio. Ma chi è disposto, poi? Cosa dovrei avere mai di così speciale e di valore da essere degna di qualcuno vicino? In fondo sono solo un'egoista. Come lei.

"Non amo, non amo nessuno all'infuori di me stessa. Questa sì che è una cosa sconvolgente da ammettere. Non ho niente dell'amore altruistico di mia madre. Non ho niente dell'amore assennato, realistico. Per dirla in parole povere e franche, io voglio bene solo a me stessa, al mio gracile essere con i suoi piccoli seni inadeguati, le sue scarse, limitate attitudini. Sono capace di provare affetto solo per chi riflette il mio stesso mondo. Non ho idea di quanto ci sia di sincero e autentico nella mia sollecitudine verso altri esseri umani e di quanto non sia altro che una falsa mano di vernice imposta dalla società. Ho paura di affrontare me stessa."

E se davvero fosse così?

"Posso scegliere se essere costantemente attiva e felice o introspettivamente passiva e triste. Oppure diventare pazza rimbalzando da un umore all'altro"





scritto da BirthdayLetters alle 10:14 | commenti (3) | permalink



giovedì, 22 febbraio 2007

“L’agnello domenicale sfrigola nel suo grasso.

Il grasso

sacrifica la sua opacità…

 

Una finestra, oro santo,

il fuoco la rende preziosa,

lo stesso fuoco

 

che strugge sugna d’eretici

e stermina gli ebrei.

I loro spessi mantelli fluttuano

 

sulla cicatrice della Polonia, bruciata

Germania.

Non muoiono.

 

Uccelli grigi incalzano il mio cuore,

bocca-cenere, cenere di occhio.

Si posano. Sull’alto

 

precipizio

che un solo uomo svuotò in spazio

i forni ardevano come cieli, incandescenti.

 

E’ un cuore

l’olocausto verso cui cammino,

o figlio aureo che il mondo ucciderà e mangerà.”

sylviaplath.canto.di.maria

Com'è, allora?

Com'è scrivere poesie?

Com'è capire che fa meno male?

 

E’ solo una storia. Ma non la tua. E’ solo una storia, ed è solo la mia.

Qui è tutta la differenza che può essere.

Il tempo passa – le cose cambiano.

[Com’è che nella banalità della vita ritroviamo le verità più ultime? E’ come diceva oggi Pessoa – “Il mito è un niente che è tutto”]

Qualcosa resta ancora fra i denti, come un sapore che non potrà mai cambiare davvero.

Ma una canzone diventa quasi solo una canzone.

 

 





scritto da BirthdayLetters alle 22:33 | commenti (1) | permalink



giovedì, 22 febbraio 2007

Hai vent'anni. Non sei morta, anche se lo eri. La ragazza che morì. E fu resuscitata. Bambini. Streghe. Magia. Simboli. Ricordati l'illogicità di quella fantasia. Lo strano scenario del ripostiglio dietro il bagno: la festa, la bestia e la caramella ripiena. Ricorda, ricorda: per favore, non morire di nuvo: fai in modo che ci sia almeno continuità -un nucleo compatto- anche se la tua filosofia dev'essere sempre una dialettica dinamica, in movimento... Quanti futuri - (di quante morti diverse posso morire?). Quanto sono bambina? E adulta? E donna? Le mie paure, i miei amori, i miei desideri - vaghi, nebulosi... Amare, essere amata. Da una persona. Dal genere umano. Ho paura dell'amore, del sacrificio sull'altare. Voglio pensare. crescere, spiccare il volo senza paura: per favore, per favore.

Sylvia Plath. 14 novembre 1952. I Diari

La ragazza che morì. E fu resuscitata. Magia. Simboli. La festa, la bestia e la caramella ripiena. Quanti fututi? -Quante morti?- Quanto bambina? Quanto donna?

Vent'anni. Trenta. Polvere.

Poco importa.

Infinite morti, e voglia di spiccare il volo.





scritto da BirthdayLetters alle 18:22 | commenti | permalink









Blog a più mani. Per loro.



[ Sylvia ]

" Viscerale, piena, e in tutta quella morte che l'avvolge, profondamente viva. "



[ Ted ]

Grazie a lui " oltre a Beatrice, dopo Laura, un altro nome si aggiunge al pantheon della lirica d'amore : Sylvia. " .




[ Sylvia e Ted ]

" Ted ha vissuto la morte, Sylvia ha ammazzato la vita. Sono una cosa sola."




[ suoni nel vento ]

Sylvia Plath, Ryan Adams




[ immagini in movimento ]

Sylvia, Christine Jeffs




[ Sospiri di inchiostro ]

Sylvia e Ted, Erica Wagner




[ colpi di fulmine]

Lady Lazarus





[ Pensieri ]


I have done it again. One year in every ten I manage it---- A sort of walking miracle, my skin Bright as a Nazi lampshade, My right foot A paperweight, My face a featureless, fine Jew linen. Peel off the napkin 0 my enemy. Do I terrify?---- The nose, the eye pits, the full set of teeth? The sour breath Will vanish in a day. Soon, soon the flesh The grave cave ate will be At home on me And I a smiling woman. I am only thirty. And like the cat I have nine times to die. This is Number Three. What a trash To annihilate each decade. What a million filaments. The peanut-crunching crowd Shoves in to see Them unwrap me hand and foot The big strip tease. Gentlemen, ladies These are my hands My knees. I may be skin and bone, Nevertheless, I am the same, identical woman. The first time it happened I was ten. It was an accident. The second time I meant To last it out and not come back at all. I rocked shut As a seashell. They had to call and call And pick the worms off me like sticky pearls. Dying Is an art, like everything else, I do it exceptionally well. I do it so it feels like hell. I do it so it feels real. I guess you could say I've a call. It's easy enough to do it in a cell. It's easy enough to do it and stay put. It's the theatrical Comeback in broad day To the same place, the same face, the same brute Amused shout: 'A miracle!' That knocks me out. There is a charge For the eyeing of my scars, there is a charge For the hearing of my heart---- It really goes. And there is a charge, a very large charge For a word or a touch Or a bit of blood Or a piece of my hair or my clothes. So, so, Herr Doktor. So, Herr Enemy. I am your opus, I am your valuable, The pure gold baby That melts to a shriek. I turn and burn. Do not think I underestimate your great concern. Ash, ash --- You poke and stir. Flesh, bone, there is nothing there---- A cake of soap, A wedding ring, A gold filling. Herr God, Herr Lucifer Beware Beware. Out of the ash I rise with my red hair And I eat men like air.

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